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09/02/2010

Emozioni e coscienza /3

Piccolo excursus: mi viene di collegare l’invarianza di consapevolezza rispetto alla variazione percettiva, all’invarianza topologica della superficie corporea rispetto alla variazione degli stimoli tattili che possono verificarsi su quella superficie. Nel caso della pelle, la topologia ha funzione ricostruttiva, in quanto in un medesimo e invariante punto della nostra pelle noi possiamo provare sensazioni diverse, come solletico, dolore, sfioramento e così via. Abbiamo dunque consapevolezza che avviene sulla nostra superficie corporea, mentre l’intensità del contatto è la variazione percettiva, che varia al variare dello stimolo.

Ecco ancora Denton, sull’origine della coscienza:

Sono convinto che all’origine della coscienza vi siano le forme impellenti di eccitamento e le conseguenti spinte insopprimibili ad agire che caratterizzano le emozioni primordiali. Il termine ‘primordiale’, o primitivo, applicato a queste emozioni traduce l’elemento soggettivo del comportamento istintivo necessario per il controllo dei sistemi vegetativi dell’organismo.”[1]

Dunque, le prime, informi, emozioni, che null’altro sarebbero se non istinti che regolano il sistema vegetativo, quello sul quale non abbiamo (forse) possibilità di influire volitivamente, sarebbero la prima forma di coscienza, in pratica la prima “forma” che indirizza il comportamento.

Ecco cos’è la coscienza per me, una forma che indirizza. O bella, ma allora avremmo tante coscienze quante sono le forme che ricostruiamo, mano a mano che ci muoviamo nel mondo?

Sissignore! E allora perché avrei tirato fuori la topologia, e la sua invarianza dell'ente al variare continuo della forma? La coscienza è una forma, o meglio, è un paesaggio motorio di forme, che mutano continuamente ma che si riferiscono sempre allo stesso oggetto, l’individuo. Questa generazione di forme prende benissimo il via dagli istinti, che sono forme pre-confezionate, che la natura ci regala già pronte, affinché noi le si possa usare per dare l’inizio all’acquisizione di informazioni e a apprendere.

Come si riesce a stabilire la corrispondenza tra oggetto originario con una certa forma e le forme che successivamente prende, sì da mantenere la medesima identità? Cioè: la forma che prende all’inizio della sua vita è l’oggetto originario. Da questa somma (oggetto+forma) scaturisce un sé, che ha diversi modi di manifestarsi. Il linguaggio è una forma di manifestazione, ma è anche un vincolo, insieme. Quindi, a rigor di logica, secondo quanto affermo, noi siamo, almeno inizialmente, grumi emotivi vegetativi, che nell’istante in cui collassano in forme istintive, iniziano a formare la coscienza primaria. Dunque, la coscienza primaria, è:…un po’ di suspence.

La coscienza è: qualcosa che indirizza.

Si consideri un organismo senza nessun livello di coscienza. Egli non sarà in grado di agire nei confronti dell’ambiente, alla ricerca del cibo, e dunque sarà un organismo crescente, un organismo radicato. A questo livello egli non ha bisogno di qualcosa che spinge a agire, perché ciò di cui ha bisogno viene a lui: lasciate che lo cose vengano a me, sembra dire.

Si consideri ora un organismo che deve inseguire il cibo. Egli avrà bisogno di recettori per il cibo: quando il cibo si lega ai suoi recettori, si attivano delle risposte chimiche con compiti diversi, dall’annettersi il cibo al dirigersi nella sua direzione. Cos’è che spinge questo primordiale organismo? Egli non se ne sta fermo, ma si muove. E si muove casualmente, cambiando direzione a intervalli più o meno regolari. Quell’energia che alimenta il suo motore interno è la sua coscienza minima, e potrebbe regolarsi così.

(to be continued...)

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08/02/2010

Emozioni e coscienza /2

Nel suo lavoro A Cognitive Theory of Consciousness (1988)[1], Bernard Baars propone una definizione operazionale della coscienza.

Baars si domanda a partire da che cosa una qualsiasi persona ragionevole possa convenire che qualcun altro abbia vissuto una certa esperienza: quale evidenza oggettiva si può avere, ad esempio, del fatto che una certa persona abbia visto una banana? Si ha coscienza di un evento a) se immediatamente dopo di esso la persona che l’ha visto può dire di esserne cosciente e b) se è possibile, indipendentemente dalla persona implicata, verificare l’esattezza di ciò che ha riferito.”[2]

Provo a immaginare cosa farebbe un animale qualsiasi di fronte a una banana, e come noi potremmo accorgerci che egli ne ha consapevolezza. Egli agirebbe. Si avvicinerebbe, annuserebbe e, a seconda dell’animale, la mangerebbe o la lascerebbe lì. Però potrebbe anche non fare nulla di tutto questo, potrebbe non rappresentare nulla di interessante per lui da investigare e egli, pur diventandone consapevole, non manifesterebbe esteriormente questa sua consapevolezza.

Quello che facciamo noi umani, secondo quanto dice Baars:

[…] per quanto riguarda gli essere umani, Baars precisa quattro componenti di questa operazione: la coscienza di un evento; la capacità retrospettiva di effettuare il richiamo dell’evento alla coscienza ogni qual volta lo si desideri; la capacità di ricodificare (ovvero simbolizzare) l’evento con il parlato o la gestualità e, infine, la capacità di compiere volontariamente questi discorsi o gesti.”[3]

Il modo di vederla e prenderne coscienza, sarebbe simile, per esempio, tra noi e un cane? Probabilmente no, perché le dimensioni relative, tra le altre cose, hanno la loro importanza. Ho visto un filmato naturalistico in cui la documentarista affrontava dei ghepardi. Nulla di eccezionale, i ghepardi sono animali piuttosto timorosi e non riuscivano a sostenere lo sguardo della documentarista, né avevano il coraggio di avvicinarsi. E se lei tentava di avvicinarsi a loro, si allontanavano. Tutto questo se restava in piedi, perché se si abbassava e diventava “più piccola” acquistavano subito coraggio e si facevano sotto.

Del resto ognuno di noi riesce a osservarlo su di sé, o meglio, sui suoi ricordi. Quante volte, rivisitando un luogo dell’infanzia, esclamiamo: me lo ricordavo più grande? E’ uno notazione che avevo già fatto ma ve la ripropongo, e ha a che fare, secondo me, con la famosa ricostruzione motoria del mondo basata sulle capacità motorie del soggetto, che sono in funzione delle dimensioni e della competenza motoria assoluta (capacità coordinativa, forza muscolare, rapporto peso-potenza e così via). È pur vero che i collegamenti tra mappa somatosensoriale e mappa motoria non mutano all’aumentare delle dimensioni, ma è senz’altro vero che invece la relazione tra propria dimensione e mondo esterno varia, così come tra le capacità motorie e l’ambiente. Questi due fattori sono in grado di modificare la nostra comprensione o consapevolezza del mondo, e di farci ritenere come irraggiungibile (rispetto alla nostra età, per esempio) la banana dell’esempio, se posta in cima a una pertica. E non solo la sua raggiungibilità sarebbe inficiata, ma anche la consapevolezza generale dell’oggetto, anche se non ne sarebbe modificata la sua percezione assoluta.

Abbiamo introdotto due concetti, relativo e assoluto, in funzione di alcuni parametri, fisici e non, dell’osservatore. Vediamo di svilupparli.

Quando rivisitiamo un luogo dell’infanzia, come detto, lo notiamo solitamente più piccolo a come ce lo ricordavamo, che dovrebbe essere più o meno anche come ne avevamo consapevolezza da piccoli. Pure non manchiamo di riconoscere luoghi e oggetti e anche persone, anche se in formato ridotto. Vi è dunque differenza, tra il riconoscimento assoluto di luoghi e oggetti e quello relativo degli stessi luoghi e oggetti riferito a come ce lo ricordavamo?

Da una parte noi abbiamo una consapevolezza che si tratta degli stessi luoghi e oggetti, e dall’altra che sono diminuiti di formato. L’invarianza ricostruttiva rispetto alla variazione percettiva rende conto della costanza della consapevolezza anche dopo una variazione dimensionale che potrebbe alterare il riconoscimento. Questo comporta che nel riconoscimento, non utilizziamo solo il rimando sensoriale come guida ma almeno un altro fattore, che sarebbe la quantità motoria associata a un evento. Pensate per un attimo a un uomo e al suo cane: l’uomo è riconosciuto principalmente, ma non solo, con l’odorato. Obiettivamente, però, l’umano non avrà sempre addosso solo e soltanto i suoi odori ma potrebbe usare ogni giorno un deodorante diverso, oppure essere bagnato, oppure indossare abiti non suoi o quello che vi pare: pure, nell’insieme odorifero il cane riconoscerà l’odore del padrone e su quello baserà il riconoscimento. Deve esserci, quindi, collegato a quell’odore riconosciuto, magari in mezzo a tanti altri sconosciuti, un qualcosa che garantisce che è proprio quell’odore verso il quale abbiamo un certo atteggiamento e certi sentimenti. Lo riprendiamo dopo.

Edelman (1992) definisce la coscienza primaria come la capacità di costruire una scena mentale integrata nel presente. Essa non richiede il linguaggio né un vero e proprio senso del sé, ma è basata sulla categorizzazione percettiva di segnali visivi e di altre informazioni sensoriali relative al mondo esterno.

Nella definizione di Edelman, la percezione corrisponde al discernere un particolare oggetto o evento tramite uno o più sensi; si basa sulla capacità di separare quell’oggetto o evento da tutto il resto di ciò che nel mondo esterno, in un determinato momento, viene colto attraverso occhi, orecchi e naso.”[4]

Edelman  intende la categorizzazione come la definivo sopra, cioè invariante rispetto alla percezione, allo stesso modo in cui, come dice, riconosco una sedia come qualcosa su cui ci si siede, indipendentemente se ha tre o quattro gambe, due o tre sbarre trasversali e così via.  A questo proposito, Denton cita il lavoro di  Herrnstein e Loveland (1964)[5] e Herrnstein, Loveland e Cable (1976)[6] sui piccioni. I piccioni dovevano riconoscere le figure umane, rappresentate da bersagli diversi, come un bambino, un volto di profilo, un uomo di spalle e così via, in mezzo a decine di fotografie di altri oggetti. In seguito al riconoscimento corretto venivano premiati con del cibo. Il riconoscimento avveniva l’80% delle volte. Dunque anche i piccioni riconoscono delle invarianti rispetto alla mutevolezza del percetto, qualcosa che si può categorizzare come “umano” e al quale sono legate, secondo me, un insieme di possibilità motorie che effettuano il riconoscimento.

(to be continued...)



[1] B.J. Baars, A Cognitive Theory of Consciousness, Cambridge University Press, Cambridge-New York 1988

[2] D. Denton ,Le  Emozioni Primordiali, Bollati Boringhieri 2009 p. 25

[3] Op. cit. p. 25.

[4] Op. cit. p. 26.

[5] Herrnstein R.J., Loveland D.H., Complex visual concept in the pigeon, in Science, 1964,  146, pp. 549-551.

[6] Herrnstein R.J., Loveland D.H., Cable C., Natural concepts in pigeon, in Journal of Experimental Psychology Animal Behaviour Processes, 1976, 2, 285-302.



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07/02/2010

Emozioni e coscienza

emozioni primordiali denton.jpg

 

Sono ragionevolmente stizzito.

Ecco i fatti. C’è questo signore qua, Derek Denton, professore emerito all’Università di Melbourne, fondatore dell’Istituto Howard Florey, il più importante centro di ricerca australiano sul cervello, come riporta il risvolto di terza del suo ultimo libro, Le Emozioni Primordiali (Gli albori della coscienza)[1]. Insomma, per farla breve, secondo voi chi ha più credibilità tra lui e me?

Dico così perché, appunto, nel suo libro egli propone una teoria sulla coscienza simile alla mia, o io la propongo simile alla sua (come meglio vi piace), pur essendo sicurissimamente lui all’oscuro della mia esistenza o di qualsiasi mia teoria, ma essendo certamente anche io all’oscuro della sua, quando  approntavo la mia. “Agiamo perché siamo ‘costretti’ dalle nostre emozioni.” Così si dice in quarta di copertina.

Leggiamo qualche breve brano:

[…] questo libro intende presentare l’ipotesi che la coscienza sia emersa nel corso dell’evoluzione animale sotto forma di emozioni primordiali o primitive attivate soprattutto da recettori interni (enterocettori). Un’emozione primordiale è una forma impellente di eccitamento accompagnato da un’intenzione compulsava, che è progressivamente apparsa durante l’evoluzione in quanto altamente funzionale alla sopravvivenza di un organismo. Emozioni primordiali quali la sete, la fame, il bisogno di aria e il dolore segnalano che è l’esistenza stessa dell’animale a essere direttamente minacciata.”

Ho letto solo le prime pagine e quindi potrei modificare il mio giudizio, ma egli non sembra ipotizzare un ruolo per l’instaurarsi della coscienza primaria alla ricostruzione motoria del mondo, quale correlato spaziale della coscienza, che è invece la mia ipotesi (simile a un’altra teoria che ho conosciuto solo dopo aver ipotizzato la mia, cioè quella detta Sensorimotoria di O’Regan e Noe, di cui vi parlerò in seguito). In sostanza l’emozione sarebbe un grumo di intenzionalità indistinta, mediato dalle sostanze chimiche, che assumono forma nello spazio grazie alla parte di sistema motorio che attivano (distinzione tra istinti innati e comportamenti appresi). Quindi, in definitiva, nella mia teoria, la coscienza è data dall’integrazione emozione-atto, quello che ho definito teoria emotoria della coscienza, giacchè l’emozione senza correlato spaziale è niente.

Anche emozioni primordiali come le definisce Denton, secondo me, sono “sperimentabili” dal soggetto solo nel momento in cui agisce, cioè egli è l’emozione, e può essere l’emozione solo se riesce a indirizzarla verso qualcosa. In questo, la musica, per saltar di palo in frasca, è un serbatoio, al quale noi forniamo, di volta in volta e a seconda anche dello stato in cui ci troviamo, un correlato spaziale, solo che nel caso degli umani anche una ricostruzione sostituto motoria, cioè simbolica, vale quale spazio agibile, e in questo spazio non valgono sempre le regole di quello fisico-motorio.

Fine della prima parte. Nel prosieguo bisogna parlare del ruolo della superficie corporea nella definizione dello spazio extracorporeo che rimandano tutti i sensi tranne il tatto, bisognerà capire se il grumo indistinto emotivo è in grado, di per sé, di fornire un abbozzo di coscienza, sul quale si è poi innestata la ricostruzione motoria (insomma, è come se dalla ruota si fosse passati direttamente all’automobile), capire cos’è e come avviene la ricostruzione spaziale e immaginare il ruolo dell’emozione quale propulsore e motivatore dell’atto.

Ma, alla fin fine, non ho mica tanto da preoccuparmi, cose da chiarire ce n’è in abbondanza e forse le ipotesi di questo autore possono, più che competere, aiutare le mie. Adesso continuo a leggere, però vi avverto che io leggo piano.



[1] D. Denton ,Le  Emozioni Primordiali, Bollati Boringhieri 2009.

12:22 Scritto da : paopasc in Emozioni | Link permanente | Commenti (17) | Trackback (0) | Segnala | Tag: emozioni, coscienza, d. denton | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

06/02/2010

I love music

Mi capitava, stamane, di vedere un programma che parlava, en passant, dei Grammy Awards, e c'era, in sottofondo, questa canzone di Michael Jackson. Anche se il video indulge magari alla retorica e il messaggio che porta è buonista e generalista...la musica no, chi ha scritto e cantato questa canzone non può fingere ciò che prova, almeno in quel momento.

Io rimango attonito di veder verificata nel caso della musica la regola generale, e che cioè, se non rarissimamente, parole per quanto poetiche e sentite, possano avere la sua stessa enorme invincibile forza emotiva.

Questo qui sotto non è il video ufficiale, ma questo qui. Ho postato questo perchè l'originale ha il codice di incorporamento disattivato.

 

C'è un commento a questo post, di Bruno, che io interpreto così: va bene l'arte, il pieno emotivo, i buoni sentimenti e così via, ma la vita è un'altra cosa. Come dice lui, "quando finisce l'una, inizia a vivere l'altra".

Non possono darsi contemporaneamente. E forse è proprio questa, la disdetta e il limite della nostra vita, di non poter portare ciò che di buono e immenso c'è nell'arte, anche nella vita. Sono d'accordo con lui che ascoltare questa canzone, o altre, non attenua la disperazione di chi ha perso il lavoro, ha problemi di salute, ha lutti in famiglia o è preda dello sconforto. Voglio prendere però me a esempio, e penso forse anche ognuno di voi, perchè so  benissimo cosa significa e ha significato la musica, durante la mia vita. E non è stata inutile, nè un vuoto sentire.

E' stata invece un punto di rilancio, un far rinascere la speranza, è stata insomma un ripiano dal quale spiccare nuovamente il salto verso la triste vita. La vita non è certo allegra, almeno per la maggior parte di noi, ma nemmeno noi infimi tra gli ultimi possiamo rinunciare a un nostro momento di onnipotenza interiore, e la musica, insieme a poche altre cose che facilmente immaginate, ce la può dare.

La musica è tra le poche cose che mi riappacifica con la vita, dacchè vi sono eternamente in lotta, e non vi rinuncerei mai. Se modifica e migliora (come credo io faccia) la mia vita, ha per me lo stesso valore, del pane e companatico, del vile nutrimento, o eccelso, a seconda dei punti di vista.

Così vi dico, che se in maggior misura, ciò che proviamo nel pieno dei sentimenti grazie all'arte, modificasse il nostro modo di vedere le cose, o meglio "sentirle", quella parte di male che proviene dal nostro vicino, in parte, ne verrebbe attenuata.

Questo è l'errore, considerare le due cose come separate, e agire come se veramente lo fossero. In fondo, anche quei torturatori, al di là di quello che era il "dovere," si comportavano e agivano come se di fronte non avessero altri umani, ma solo corpi.

Se ciò che proviamo in quei momenti lo trasportiamo nella vita reale, noi non saremo mai soli, perchè anche l'altro non potrà fare a meno di capire.

 

 

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03/02/2010

Perché il mondo non è magico?

 

Perché le cose non sono magiche? Perché, come d’abitudine, accade tutto come impone la regola generale di leopardiana memoria? Perché esiste questa sorta di stabilità degli eventi, per cui, anche se variano i temi gli esecutori sono sempre simili? Perché, per esempio, non esiste l’angelo custode o, se esiste, non si fa riconoscere, almeno una volta, tanto per dirgli: oh ciao, mi pareva…ma non ero sicuro, mi fa piacere conoscerti? A me, da piccolo, quando avevo paura a causa di qualche brutto sogno, dicevano: guarda che tanto c’è l’angelo custode che ti protegge, non devi avere paura, perché se c’è un pericolo lui ti difende

Non l’ho mai visto. Ma era solo un esempio, quanti altri ce ne sono? Migliaia.

“La massima cosa cui posso aspirare è l’aspirapolvere”, così disse un tale una volta, e non credo fosse distante dalla verità, per molti di noi. Il mondo fantastico non esiste, c’è solo quello reale, e non è gran che. Ivi, accadono anche cose che superano la fantasia, ma lo fanno sempre nei modi consueti, non ci sono magie, smaterializzazioni, apparizioni fantastiche (bè, quelle si, qualche volta), unicorni o fatine alate di raso vestite, no, ci sono eventi incredibili, ma utilizzano la famosa regola generale, anche se si fanno esplodere su un grattacielo, anche se gassificano un po’ di umani, anche se ingrassano sulla povertà degli altri, sempre lo fanno usando il rocchetto permesso dalle leggi. Quali leggi? dite voi, ma quelle del mondo pseudomacroscopico, in quell’intervallo delle leggi fisiche nel quale abbiamo la ventura di vivere, non interessandoci (a meno di esservi “costretti”) quelle del sottomondo microscopico e appassionandoci a quelle del mondo macroscopico vero solo per l’abitudine di osservare il cielo per vedere se andrà a piovere.

In quel mondo pseudo lì le cose avvengono nell’ambito della normalità: insomma c’è un mazzo di carte e si gioca duro, ogni mano è diversa e quelle vincenti son pochine, ma il gioco è sempre quello, mai che improvvisamente le carte cambiano forma e si inventano (dall’apparente nulla) nuove regole.

Una cosa che avevo pensato poteva essere legata al problema delle dimensioni spaziali. Essere cioè la tridimensionalità un limite all’osservazione estesa e completa del fenomeno in tutta la sua essenza. Costituire cioè un ostacolo insormontabile per vivere esperienze che vadano letteralmente al di là. Per capire come la cosa potrebbe svolgersi mi figuro, dopo che l’han fatto illustri predecessori in maniera che non è nemmeno paragonabile alla mia, dal classico Flatlandia di Edwin Abbott Abbott  al notevole Il Planiverso di Alexander K. Dewdney, ma anche altri autori si sono cimentati, cercate qui; dicevo mi figuro come potrebbe essere vivere in un mondo bidimensionale, e come questo possa rappresentare una “pienezza” per gli esseri che vi abitano, in molti dei quali mai sorgerà il desiderio o la fantasia di immaginare e pensare a un mondo “magico” così diverso dal loro. Ma quello che questi ipotetici abitanti del mondo bidimensionale non sanno è che invece esiste un altro mondo, il nostro, a tre dimensioni, che contiene il loro, senza che loro lo sappiano o se ne accorgano.

Cosa accade quando, casualmente, gli eventi del piano tridimensionale incrociano quello bidimensionale? Cosa osservano gli abitanti 2D? Di sicuro, se la dimensionalità in meno non costituisce un ostacolo alla riflessione, vi saranno alcuni che si interrogheranno su questi fenomeni improvvisi e incomprensibili e magari, nel loro piccolo-grande mondo, si chiederanno: ma cosa esiste al di là del mondo?

Un altro mondo.

Esiste, allora, quest’altro mondo a quattro dimensioni, in cui avvengono cose che, quando hanno la ventura di incrociare il nostro mondo, o ne rappresentano delle leggi oppure sono porzione di quella parte delle leggi di natura  che “sfuggono” (per ora) alla comprensione?

E non potrebbe celarsi nella volontà di quei quadrimensionali abitatori la possibilità di rendere magica la nostra vita, nel mentre che, placidamente forse, ci osservano dibatterci nel fango?

Che sforzo di immaginazione occorre per concepire con la fantasia le norme vigenti in questo attico dimensionale, e verificare se siano compatibili con le nostre, nel mentre che accadono, se solo qualcuno lo volesse, cose che appartengono a un mondo magico?



23:30 Scritto da : paopasc in Filosofie | Link permanente | Commenti (21) | Trackback (0) | Segnala | Tag: flatlandia, abbott, dewdney, dimensioni spaziali | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

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