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21/11/2009

Mi domando che vite abbiamo avuto

 

("Il pensiero successivo è immancabilmente più saggio". Euripide)

Non sono credente.

L'umana creatura è troppo debole e inefficace per essere utile a qualcos'altro che non sia la propria spicciola sopravvivenza. Non può impedire eventi astronomici, non può intervenire sul sole, che pure prima o poi terminerà la sua vita inglobando tutto il sistema che da lui prende nome, non può far ritornare dalla morte, non può impedire i cataclismi, le immani tragedie. Quello che può fare attualmente è pochissimo, né vi è speranza che in un lontano futuro il suo raggio d'azione sia così aumentato da giustificarne l'affetto divino, l'essere prescelto da un Dio come latore.

Solitamente teologi e padri della chiesa, quelli che hanno fatto o fanno la dottrina, oppongono un'inconoscibilità del divino all'umana perspicacia gnostica, cautelandosi da escavazioni troppo approfondite e vane  sui motivi veri o presunti di aderenza degli umani alla Legge.

Perché aderire al dettato della Legge Divina? Tutte le religioni che prevedono una o più divinità forniscono un insieme di precetti e norme da seguire per assecondare la volontà del Dio di turno. Ora, capita anche che tali norme abbiano rilevanza etica e siano adattabili ai tempi contemporanei, ma ciò non è un requisito fondamentale per una perfetta aderenza.

Per esempio, la religione cattolica cristiana prevede un Dio buono, che alla fine dei tempi opererà una scelta tra buoni e cattivi e quelli così e così, destinando i cattivi alla dannazione eterna e gli altri a migliori lidi. Qual è il senso di questa operazione?

In linea generale, un genitore è proprio nei confronti del figlio più difficile che ha la maggior apprensione e comprensione, è verso di lui che è maggiormente portato a perdonare, proprio in virtù dei legami affettivi e del rischio di veder sprecato tanto lavoro, e io credo che difficilmente si troverebbero genitori che sistematicamente mettessero alla prova i loro figli per alla fine 'scegliere' solo i più buoni.

Mi sembra proprio un comportamento demenziale, e quindi l'ho sempre scartato e continuerò a farlo. Una religione basata sul principio di un Dio buono, che punisce i figli disobbedienti e li condanna, diabolicamente, alla dannazione eterna, mi sembra più la trama di un thriller che il luogo di azione di una religione basata sul perdono.

Questo però non significa che rinuncio volentieri all'ipotesi di un Iniziatore, di una Volontà creatrice, anche se non ne so definire con esattezza le finalità. Questo è il pensiero che turba e consente il dubbio: l'alternativa logico-scientifica è l'assenza di ogni causalità e finalità all'intero Universo, una grande e informe realtà casuale, una enorme e imprevedibile fluttuazione quantistica del qualcosa nel non qualcosa (che non è il vuoto interstellare).

Se un Dio esistesse, quale potrebbe essere il suo fine, posto che l'uomo fosse  stato prescelto come creatura organica per contribuire allo scopo?

E ancora prima di quella domanda, questa: perché una creatura organica e non, per esempio una stella, un'intera galassia? Perché proprio l'uomo per portare a esecuzione il compito (se c'è compito, beninteso)? La galassia, così a occhio e croce, ha molta più energia da immettere in un compito di quanta mai potrà averne tutta l'umanità di tutti i tempi messa insieme.


E così ho immaginato.

E così ho immaginato un'altra forma di Dio. Ma non ve la svelerò subito.

Ci si chiede spesso, ma se Dio esiste, e è buono, perché permette tutte queste sciagure? Ma ancora più spesso, quando le sciagure colgono noi personalmente, ci chiediamo: perché proprio a me? che ho rispettato le Leggi, quelle dettate dall'alto, perché? È una prova, dicono alcuni, è l'inconoscibilità della volontà divina, affermano altri, Dio non interviene così profondamente nelle umane vicende, fornisce solo un indirizzo, poi lascia che sia l'umano libero arbitrio a 'scegliere' la giusta via, dicono infine altri ancora. La cosa bella è che non c'è risposta: ma questo saperlo, in chi crede, non modifica di un niente la propria convinzione.

Una convinzione non scalfibile:  chi crede, crede come si crede al sole, all'alternarsi del giorno e della notte, al fatto che si è vivi, che si provano emozioni, che certe cose fanno male e altre fanno bene, insomma tutte quelle cose di cui si ha assoluta certezza.

E forse è proprio nel momento di massima disperazione, quando si abbandonano tutte le certezze, quando crolla il mondo addosso, quello forse è proprio il momento in cui maggiormente sentiamo il bisogno di avere uno spiraglio. Proprio nel momento del buio abbiamo bisogno di una piccola luce, perché il buio, se lasciato fare, trascina nel baratro, nel pozzo senza fine della perdita di ogni speranza.

Considero con imbarazzo quell'umano che non ha bisogno mai di spiraglio alcuno, che si affida alla pienezza della logica : forse significa che nemmeno, seppure momentaneamente, conosce lo sconforto, la caduta nell'oblio, la perdita delle certezze. Egli non ha bisogno del solutore di ogni equazione perché si autopropone solo le equazioni solvibili. Ma per chi penetra più a fondo lo scandaglio emotivo, c'è sempre un punto in cui le parole si sgretolano di fronte a ciò che si prova. Né vi è del resto bisogno di candidarsi a protagonisti di una tragedia del buon Euripide, bastando la normale alternanza di vicende di una qualsiasi esistenza presa a caso in un momento qualsiasi.

La realtà, la cruda e dura realtà, ma anche a volte la bella e dolce realtà, è sempre al di là di ogni nostra pietosa tentazione di modificarla per forza di parole. Gli eventi che ci smuovono, non si lasciano addomesticare facilmente da paralogismi ripetuti.

Da ciò ne consegue, che Dio non è solo una parola, è qualcosa che traduciamo in parola, è qualcosa che nominiamo, ma ha la forza dell'evento e non del semplice verbo.


Quando l'uomo era nel paradiso terrestre non conosceva Dio. La beatitudine e la contentezza, ma anche l'arrabbiatura e la tristezza, erano così, fenomeni di passaggio, si provavano per lo stretto istante della necessità, per poi indirizzarsi lontano da e vicino a. Lontano dal male, perché ci si ricordava che il male faceva male, e vicino o  inseguendo il bene, il bene in senso ampio che vuol dire soprattutto il proprio benessere, perché una volta provato il bene è traditore, ti chiama a sé con la forza di mille cavalli.

Quando l'uomo ha cominciato a comprendere il bene e il male anche quando non li provava, allora ha cominciato a sentire un bene e un male inesistenti, un bene e un male generici e universali, e ha cominciato a pensarci sempre, non accontentandosi di sperimentarli. Ma forse non è stata colpa sua. Improvvisamente si è accorto che esistevano il bene e il male, e lui nel mezzo. Il male era sempre presente. Il bene poche volte. Egli, umanamente, desiderava il bene, desiderava il piacere con tutto se stesso, ma più sezionava la realtà più s'intristiva: il male arrivava a lui senza che egli lo desiderasse, mentre il bene, che lui desiderava, sembrava allontanarsi da lui o per lo meno celarsi.

Il bene è un'entità palpabile per poco tempo, tende a sfuggire.


Mentre la realtà sembra dotata di una essenza sua propria nel cagionare il male dell'individuo, il bene sembra essere il risultato di una ricerca e una attività, non si dà se non raramente per caso. In natura, le insidie sono presenti sotto forma di altri conspecifici, di predatori, di parassiti, di eventi naturali: tutte cose che ti raggiungono anche se tu non le cerchi, anzi è proprio sicuro che non le cerchi, ma comunque loro ti trovano. Ma le cose buone, quelle le devi andare a cercare: se ti nascondi sotto una foglia, o in una grotta, e aspetti, aspetta che ti aspetta te ne muori. Niente viene a te di buono, se non a volte casualmente, ma visto dall'altra parte è il solito male che ti raggiunge anche se non lo cerchi. Mettiamo che voi siate una ranocchietta che se ne sta pacifica sotto una foglia decisa a farsi raggiungere dal bene senza muovere quasi muscolo, e ammettiamo, per amor di carità, che una sciocca zanzara se ne vada a posarsi innocentemente in prossimità di quel sottofoglia ranesco: cosa volete che pensi la zanzara, in quell'attimo di lucidità che precede la cattura da parte della rana proprio un momento prima dell'attimo in cui poteva salvarsi, posandosi? Cristo, il male mi raggiunge anche qui, sotto questa foglia ombrosa, dove potevo ripararmi da questo afoso sole così fastidioso: non c'è limite alla sfortuna, ti raggiunge dovunque.


Dio è il bene che ti cerca.

Ben raramente il bene vi raggiunge. Dovete cercarvelo. Se state sotto una foglia e non siete un fungo, ve ne morite di fame. Per noi animali, i massimi beni sono i soliti noti, non c'è bisogno che ve li dica, li conoscete. Siccome però siamo fatti per chiedere, quantunque aveste quelli, non vi basterebbero: la piattezza emotiva non ci si addice. C'è una sorta di scontentezza di fondo nel nostro sistema operativo, l'uniformità ci distrugge. Per fortuna che più che spesso ci pensa la realtà a farci desiderare cose più che abbordabili, altrimenti saremmo in guai seri. Pure, stante ciò, nessuno è perfettamente contento né ha la prospettiva di esserlo costantemente in futuro.

Questa cosa ci strazia. Di solito, nella mia esperienza, le persone più tirchie sono quelle più ricche, quasi come se all'aumentare delle scorte parallelamente si trasferisse l'intero valore del rischio di separarsi da esse in ciascuna  piccola parte di quanto si possiede. Chi ha di più ha anche più investimenti emotivi nel proprio malloppo: il deficit della perdita, seppure parziale, e grazie al meccanismo dianzi detto, si carica dunque di un portato emotivo superiore a quello di chi possedendo poco, nel separarsi di una sua piccolissima parte, gli trasferisce  un investimento emotivo di piccola entità.

Ciascuno di noi, però, con qualcosa, si comporta come quei ricchi tirchi: sembrandogli anche una piccola perdita come una insostenibile e totalizzante privazione.

A questa privazione possibile e annichilente l'uomo risponde con la creazione di un bene che ti cerca, di un bene che ti desidera lui, e dal quale tu, a volte, ti lasci desiderare, così convinto della sua assoluta e inderogabile fedeltà.

E così, se accettiamo quanto sopra, possiamo concludere che Dio è il bene che ti cerca. È una conclusione parzialissima, che non spiega l'origine del mondo, che non illustra le finalità della nostra vita e dell'universo in generale.

E ora, a mo' di conclusione che lascia intatte tutte le domande, vi chiedo: cos'è dunque quella cosa la cui perdita può causarci sì grande grandissima angoscia?

 

20/11/2009

Cos'è la coscienza? /2

Fraser_Spiral.gif

Quanto dura un'immagine visiva dopo aver chiuso gli occhi? Perché quello che vediamo non rimane impresso nella nostra mente come un fermo immagine? I legami tra neuroni, costruiti dai potenziali d'azione stimolati dalle onde elettromagnetiche durano poco, le aree visive e uditive, quelle cioè che non hanno una mappa biunivoca da rispettare come per esempio il tatto, devono poter variare a seconda di come varia la 'superficie' da riprodurre. Per questo motivo non è indicata una fissità mappale, come avviene per il tatto. La corteccia somatoestesica deve poter riconoscere come suo tutta la superficie corporea, che non cambia (cioè cambia, in quanto l'organismo si modifica, ma le mappe somatoestesiche cambiano con lui) nel tempo (ricordate le difficoltà di accettare le mancanze tipo arto fantasma?). Invece la superficie del nostro ambiente cambia, varia continuamente, è necessario che le aree visive, per esempio, non mantengano traccia (vi sono interessanti neuroni, detti neuroni della nonna, i quali sono singolarmente associati a un volto, ma probabilmente sono solo elementi di collegamento tra un insieme di mappe che trasportano un insieme di conoscenze, con opportunità di riconoscere qualcuno solamente attivando quella singola cellula, appunto la cellula della nonna, che permette di riconoscere quella nonna in diverse situazioni e posizioni) mnestica di tutte le 'sintesi' visive: dovremmo avere una quantità di memoria visiva formidabile e pronta a essere attivata da qualche segnale trigger. Non è così: la corteccia visiva processa le caratteristiche fondamentali del segnale visivo, le sue invarianti, altezza, larghezza, luminosità, colore,  insomma tutte le caratteristiche che compongono un'umana visione. Altre aree annettono il riconoscimento di ordine superiore a quelle visioni, attaccandoci il significato emotivo e motorio, che ho benevolmente unito e definito emotorio.

Ora, senza tirarla per le lunghe, volevo provare a ricostruire gli elementi su cui si potrebbe basare la coscienza del corpo, la coscienza I. L'aspetto fondamentale potrebbe essere questo: il discrimine fondamentale tra un vegetale e un organismo che può muoversi di motu proprio è la percezione di sé, dei propri limiti fisici, dove comincio e dove finisco. Come si realizza una percezione della propria estensione, della divisione tra sé e il resto del mondo? Stabilendo principalmente una relazione topografica tra un punto sulla superficie corporea e un punto sull'area cerebrale, e mantenendo le relazioni tra punti adiacenti al punto dato sulla superficie corporea e punti adiacenti al punto collegato nell'area somatosensoria. E' sufficiente?

Se l'organismo può muoversi è dotato di strutture muscolari. Se queste strutture si muovono in maniera indipendente dal resto del corpo è necessario sapere in quale relazione stanno con quella parte di corpo statica. Perché, direte voi? (Ma non ve ne potevate stare un po' zitti, filava tutto così liscio!). Già, perché?

Perché la sola percezione tattile di sé, non accompagnata da una consapevolezza motoria di sé, non è sufficiente a instaurare una coscienza di tipo I ?

Ma perché manca il riferimento al quale dovrebbe rivolgersi questa coscienza! Se creo un sistema dotato di un rilevatore e di una centralina che segnala un contatto con questo rilevatore, ci dovrà essere qualcuno che osserva la centralina, altrimenti si accende per niente. Il sistema motorio è dunque a mio parere definibile come il sistema che guarda la centralina, un sistema a diffusione concentrata in maniera distribuita, nel senso che trasmette la sua concentrazione in modo distribuito. Nel suo distribuirsi genericamente su tutta l'estensione corporea (e anche oltre il corpo, grazie agli altri sensi che mappano una superficie corporea 'diffusa'  nell'ambiente) il sistema motorio fornisce una consapevolezza di sé che definerei  punto a punto, che ovviamente declina col tempo, in considerazione del fatto che i rilevatori devono essere pronti a reagire a stimoli sovraliminari (e infatti la consapevolezza tattile di sé è come dire restaurata da un bel massaggio, dalle carezze, riportata alla sua sensazione originaria, neonatale), pronta a distribuirsi in maniera ugualmente puntiforme sulle aree di stimolo.

Madonna come sbando ragazzi. Mi fermo a raccogliere le idee.

(to be continued...)


18/11/2009

Intervallo

Così, per farvi tirare il fiato, qualche perla tratta dalla rete.


Insegna in un negozio di ferramenta: Qui chiavi subito!

In macelleria: Questa macelleria rimane aperta la domenica solo per i polli!

Affittasi: Si affitta l'abitazione del terzo piano, la signora del secondo la fa vedere a tutti.

Cronaca: Falegname inpazzito tira una sega a un passante (tratta da un quotidiano).

Libretto di istruzioni di uno scooter: Questo prodotto si muove quando viene utilizzato.

Sul portone di un convento di monache di clausura: Avrai la pace solo se la dai.

Annunci: Ragazza di buon costume cerca giovane focoso che glielo tolga.

Dal medico: Dottore "ma lei ha anche dolori allo sterno?", e il paziente "no, solo all'interno."

Allo stadio: Arbitro cornuto! Quel giocatore espullilo!

Al ristorante: "Il signore gradisce ancora del dolce?", "Grazie cameriere, me ne dia solo un'inerzia."

Egittologia: Gli antichi egizi non conoscevano la carta perciò scrivevano sui tapiri.

Uno storico: I fondatori di Roma furono Remolo e Romo.

Un pensatore: Pensaci prima di riflettere!

Un tuttofare: Aspetta un attimo, ho solo quattro mani!

In libreria: Ce l'ha il Monte di ConteCristo?

Cronaca nera: La polizia spara ai Carabinieri, muore un latitante. (da un quotidiano)

A una manifestazione: Qui la piazza è granita di gente!

Il Saggio: Rida rida, ma si ricordi che ride bene chi arriva ultimo.

Una denuncia: La sua pratica è al vaglio degli acquirenti.

Una bella multa: Lei ha posteggiato con una ruota sul sopracciglio della strada!

Un tipo furbo: Lei sta cercando inutilmente di illudere la mia sorveglianza!

Diagnostica per immagini: Scusi, per fare la Tacchete devo pagare il ticchete?

Referto di un medico di guardia: Non appena abbiamo cominciato a prestare le prime cure, il paziente è deceduto!

Avviso dal medico: Per evitare perdite di tempo tenete pronti i vostri sintomi.

Prescrizione: Si richiede Rx cranio senza cervello.

Tra medici: In questi giorni c'è in giro molta gente a letto con l'influenza!

Epigrafe su un monumento all'Assunta:                  A Maria Santissima

Salita in Cielo

a spese del Comune.

Un filosofo: Come diceva Cartesio -Ergo, Cogito, quindi sum!

Una persona importante: E scusate se adopero il plurale magistratis.

Cronaca politica: Pannella ha ricominciato il digiuno della fame.




Dottore: "ma lei ha anche dei dolori allo sterno?", e il paziente "no, solo all'interno" 

DDottore: "ma lei ha anche dei dolori allo sterno?", e il paziente "no, solo all'interno" ottore: "ma lei ha anche dei dolori allo sterno?", e il paziente "no, solo all'interno" 

 

 

17/11/2009

Cos'è la coscienza? /1

 

Magritte_1050_cr.jpg

 

Boom! Pascucci ha fatto il botto! Crede di poter spiegare cos'è la coscienza secondaria, insomma quella che hanno gli umani, che si realizza e manifesta in un linguaggio, linguaggio che s'impara come s'impara a camminare, e infatti puoi anche divertirti a spostare un neonato eschimese in Kenia e uno ugandese in Groenlandia, che tanto imparano la lingua benissimo, che più bene non si può.

Dunque, per non saper né leggere né scrivere faccio subito questa ipotesi: imparare il linguaggio (in questo post mi riferisco con il termine linguaggio alla lingua che usiamo per parlare e scrivere, questa) è simile all'imparare a camminare.

Considerate che questo post è delineativo, nel senso che tenta di delineare i termini della questione, ma non li approfondisce perché tale approfondimento potrà essere posticipato e trattato analiticamente in seguito,  affermazione per affermazione. Si noti inoltre che definirò coscienza I la coscienza primaria, quella del corpo, che usa l'alfabeto dei muscoli, e coscienza II la coscienza secondaria, quella della mente, che usa l'alfabeto delle lettere.

Il piacere della musica è un piacere senza nome, di difficile definizione e capace di instaurare uno stato d'animo, ma più che uno stato d'animo io direi uno stato di corpo. La musica migliore è la voce umana, e la migliore voce umana è quella femminile. Immagino che il piacere che si prova nell'ascoltare la musica o massimamente il cantato di una voce (e non le sue parole, si badi bene, solo l'intonazione del cantato) è una riproduzione del piacere neonatale della voce materna, la sua musicalità doveva evocarci allora le stesse sensazioni che oggi ci provoca una canzone, una musica o una voce. Una canzone, perché cantata da voce umana, senza parole, perché non si comprende il significato delle parole ma si comprende la melodia dell'intonazione, l'espressione vocale (e non solo alfabetica) di quello che si prova.

Bene, quello che si prova ascoltando una musica che piace è coscienza I in azione. In generale, tutte le sensazioni collegate ai vari fatti della nostra vita, dal mangiare al riprodursi, dal viaggiare al guardare un film, dall'essere inseguiti dai banditi all'essere inseguiti dalla polizia, tutte le sensazioni, innominate, che proviamo in quei frangenti, le prova la coscienza I. Siamo come in equilibrio tra due stati: da una parte proviamo con la coscienza I e dall'altra ragioniamo e scegliamo con la coscienza II. Libet ha dimostrato che la coscienza II è però in ritardo rispetto alla coscienza I, nel prendere una decisione immediata e agirla , di circa 300 millisecondi. Quindi la coscienza II è una specie di spettatore. È forse un'exaptation di gouldiana memoria? La corteccia associativa potrebbe essersi evoluta in seguito a un vantaggio selettivo insito nell'adottare una strategia più distribuita rispetto agli altri, ma l'utilizzo che ne ha fatto successivamente l'uomo, magari grazie a alcune eccellenze geniali e grazie alla sua nuova capacità di  mimare, ha oltrepassato l'utilizzo per la quale si è consolidata.

Dove origina l'atto, la decisione di agire? Per la coscienza I è sempre necessario uno stimolo e un indirizzamento sensorio. Ipotizzo che buona parte del sogno, che per il fatto che lo ricordiamo vuol dire che siamo svegli con la coscienza II, sia simile a quello degli animali, perché riguarda la coscienza I, incoerenze comprese (non essendovi rimando sensoriale a guidare gli atti), tranne ovviamente quando proferiamo e ascoltiamo parole, e le comprendiamo, che fanno parte della risvegliata coscienza II.

E per la coscienza II? In parte anche la coscienza II ha bisogno di stimoli per agire, ma il pensiero non contiene i rimandi sensoriali, perciò diremo che non ha attrito. Sia la coscienza I che quella II utilizzano la ricostruzione mentale anticipata, infatti mentalmente siamo capaci dei più bei gesti atletici: col pensiero linguistico accade lo stesso. Il linguaggio è una rappresentazione sia anticipata che immediata, senza l'attrito del rimando sensoriale. Il rimando sensoriale, àncora a terra i gesti, li inchioda alla nostra struttura anatomica, alla nostra agilità: viceversa questo obbligo manca alla mente, e alle parole manca anche quando si attuano. Per la verità anche il linguaggio ha un'àncora: la logica.

Relazione tra rimando sensorio e possibilità espressive del gesto pre-mentale. Con gesto pre-mentale mi riferisco alla cosiddetta ricostruzione motoria mentale (che con arditezza potremo chiamare mentoria) che si sviluppa in conseguenza della comprensione motoria di un luogo, che sarebbe, ancora, la ricostruzione degli atti necessari a muoversi e a manipolare. Cosicché il ritorno sensorio, tra gli altri,  dei propriocettori, dei fusi neuromuscolari, degli organi tendinei del Golgi, sono informazioni che conseguono a un atto e informano il sistema centrale dello stato di tensione muscolare e articolare 'minuto per minuto'. Ma se questi ritorni sensori in parte  mancassero ma l'atto continuasse ugualmente?  Mi riferisco qui in particolare all'utilizzo non più deambulatorio ma equilibratorio  degli arti superiori in conseguenza dell'andamento bipede degli umani. Si consideri che questa correlazione potrebbe benissimo essere istituita in qualsiasi frangente in cui si verificassero le uguali condizioni: utilizzo di arti, in concomitanza di un insieme di atti diretti a uno scopo, non più direttamente e con precisi rimandi sensori ma indirettamente e con assenza di alcuni di tali rimandi.

Proviamo a immaginare un po' cosa succede. Quando esiste il rimando sensoriale questo si occupa di fornire energia potenziale (cioè energia di potenziale d'azione) alle strutture che hanno i maggiori vincoli di sincronia con questi rimandi: in parole povere, nell'arborizzazione neurale, le mappe che catturano il segnale e lo rappresentano intessono relazioni con mappe motorie, al termine di questo mescolamento di potenziali, quelle mappe sensori-motorie che sopravvivono all'estinzione rappresentano il segnale di uscita. È la selezione neurale edelmaniana in cui, per esempio, esercizio e ripetizione, affinano gli atti motori (insomma i gesti, camminare, correre, saltare).

Il rimando sensorio dirige l'atto. Se manca il rimando sensorio l'atto è in stallo. Nelle braccia che si muovono a ritmo di camminata o corsa, il rimando sensorio dovuto all'attrito delle nocche con il terreno non c'è più, e non ci sono più nemmeno 'quelle' sensazioni muscolari, anche se ce ne sono altre.

Ora, seguitemi con attenzione perché provo a avanzare un pezzo di teoria che può essere la più grande stupidaggine del mondo come la cosa più...beh, lassamo perde.

Nel frangente dell'inutilizzo deambulatorio del nostro umano mettiamo, così per sfizio, che gli si addivenga all'acuta vista  un oggetto o organismo per il di lui utilizzo, sollazzevole. Questo avvenga cioè nel momento del suo deambulare. Premettendo una presunta ricostruzione mentoria del mondo circostante legata ai vari distretti muscolo scheletrici che hanno capacità 'attiva' nei confronti dell'ambiente (per dirla chiara braccia, gambe, mani, piedi, tronco, tutte quelle parti che possono agire e muoversi indipendentemente da tutto l'organismo), e che questa avvenga anche su base, come dire, utilizzatoria, dei distretti medesimi (per ri-dirla chiara, con braccia e mani legate avremo delle ricostruzioni, con un equilibrio instabile su una sola gamba e l'altra legata ne avremo un'altra, e così via, chiaro?) non pensate anche voi che, ripeto, a livello mentorio (cioè ricostruzione motoria mentale degli atti) la diversa posizione delle braccia e mani e il loro mancato 'intrappolamento' come arti di sostegno alla deambulazione, col tempo, finisca per creare nuove ricostruzioni mentali, appunto legate alle ulteriori possibilità motorie di queste parti?

Ci avete capito qualcosa?

Vediamo se riesco a chiarirlo bene anche a me oltre che a voi. L'importante è che non vi crucciate perché se non si capisce cosa voglio dire, la colpa è solo mia.

In quel mancato utilizzo come arto di appoggio si libera, come dire, un utilizzo allargato di quegli arti, che in parte ovviamente gli appartiene, ma magari non gli apparteneva quando l'umano camminavava, perché quando cammina egli appoggiava le mani a terra. È come se un muro, un impedimento, uno stress (ci notate il riferimento con la finzione dell'impedimento di un atto concentrato come stimolo per produrre un atto distribuito? notatecelo) impedisse di compiere un'azione: se l'organismo ha poco poco un po' di corteccia associativa distribuisce l'energia del potenziale d'azione sulle ricostruzioni mentorie accessorie, quelle che non salivano alla superficie cosciente I perché c'era l'altra, l'azione principale, e noi abbiamo già ipotizzato che l'atto motorio ha una sola uscita alla volta.

(to be continued...)


Ci sono se mi cerchi

 

Sul suo blog Popinga ha proposto questo rebus crittografico, ne propongo una soluzione diversa.

Trovami (2, 2, 6, 3, 2, 4)

Critto 3.jpg

 

la cui soluzione è semicerchi non C(i) sono = se mi cerchi non ci sono

basata sulla doppia ambiguità delle locuzioni semicerchi che può significare anche se mi cerchi e non ci sono che può significare non sono C.

Analizziamo i vari significati di ogni locuzione all'interno della soluzione per verificare se mantengono sempre coerenza logica

(analisi casereccia, soggetta a revisione)

scriverò così: semicerchi quando intenderò la semi figura geometrica

scriverò così: se mi cerchi quando intenderò la frase ipotetica

scriverò così: non ci sono quando intenderò la mancata presenza di un ci, di una persona

scriverò così: non C sono quando intenderò la mancata presenza della lettera C

Cominciamo:

semicerchi non C sono, la frase sembra coerente dal punto di vista logico, infatti i semicerchi non sono lettere C, anche se il contrario, cioè che le lettere C sono semicerchi, è vero;

se mi cerchi non C sono, qui la frase mi sembra più stentata, infatti quale può essere l'attinenza tra cercare qualcuno e la lettera C? forse un nome che non comincia per C in un elenco?, però può reggere ugualmente;

se mi cerchi non ci sono, la frase è coerente, indicando l'assenza di una persona dal luogo in cui viene cercata;

semicerchi non ci sono, e qui sembra platealmente falso, nel senso che i semicerchi ci sono;

vi è poi l'aspetto della doppia interpretazione così:

a.)semicerchi non C(i) sono = B.)se mi cerchi non ci sono, che è il versante ludico fonetico, cioè dal punto di vista fonetico la frase a.) è perfettamente ambigua con la frase b.), ma non dal punto di vista morfologico.

Si consideri ora quest'altra soluzione

C(i) sono semicerchi=ci sono se mi cerchi e, come abbiamo fatto sopra, verifichiamone sempre l'interna coerenza logica

C sono semicerchi, la frase mi sembra corretta, le C effettivamente sono semicerchi, cioè non che siano sempre semicerchi perfetti ma così come le O possono essere detti cerchi secondo me anche le C possono essere dette semicerchi;

C sono se mi cerchi, ora questa frase presenta l'identica situazione stentata per -se mi cerchi non C sono-; anche in questo caso possiamo intenderla come una frase che attesti l'iniziale C del nome o cognome della persona da cercare, magari in un elenco;

ci sono semicerchi, e qui la frase è perfettamente sensata, perchè effettivamente ci sono dei semicerchi;

ci sono se mi cerchi, anche qui la frase ha senso, secondo me, indicando sia qualcosa che si trova a patto di cercarla, per esempio una gomma in un tavolo ingombro di cartoleria, o anche il doppio senso in una frase ambigua e così via.

Ora, secondo questa sommaria ricostruzione, sembrerebbe adattarsi meglio al crittografico rebus la soluzione Ci sono se mi cerchi=C(i) sono semicerchi.

Ma non è finita qui, aspetto notazioni e (probabili) confutazioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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